L’ultima parte dell’anno è sempre un invito alla sintesi: si osservano i cambiamenti, si misurano gli scarti, si tenta di intuire le traiettorie del futuro. Possiamo affermare che il 2025, in questo senso, non è stato un semplice intervallo temporale ma un vero spartiacque nella cultura dell’apprendimento. L’idea tradizionale di percorso formativo ha ceduto il passo a una concezione molto più ampia e stratificata, in cui il learning journey diventa un ecosistema dinamico, adattivo, connesso ai comportamenti reali e sostenuto da un’infrastruttura tecnologica che cresce in modo esponenziale.
L’ingresso maturo dell’intelligenza artificiale nelle pratiche educative ha ridefinito il vocabolario stesso del sapere: non più accumulo, ma relazione; non più linearità, ma interconnessione; non più memorizzazione, ma capacità di interrogare, interpretare, negoziare significati. In un contesto in cui l’offerta contenutistica cresce oltre la soglia della sostenibilità cognitiva – non a caso quest’anno è stato coniato il termine “infobulimia” – emerge un rischio latente che rende necessario un design più intenzionale, meno orientato alla quantità e più legato al valore.
Il cambiamento è tecnologico, ma soprattutto culturale. Le ricerche internazionali confermano un’urgenza comune: le organizzazioni devono mantenere competitività, le persone devono aggiornarsi con continuità, i team L&D devono dimostrare il contributo tangibile dell’apprendimento ai risultati di business.
La formazione come leva strategica
Le imprese che hanno smesso di considerare la formazione come un costo da razionalizzare stanno fronteggiando meglio l’instabilità economica derivata dallo scenario politico internazionale. In queste organizzazioni negli ultimi cinque anni si è registrata una crescita stabile sia negli investimenti sia nella consapevolezza strategica. La formazione si è trasformata in un dispositivo di competitività e innovazione, capace di incidere sui processi, sulle performance e sulla cultura interna.
Questo cambiamento non è frutto di una moda passeggera, ma l’esito di trasformazioni tecnologiche e sociali documentate da ricerche recenti, come ad esempio quelle riportate nel report 2024 di LinkedIn Learning e nelle analisi di Josh Bersin dedicate all’impatto dell’intelligenza artificiale sulle pratiche formative. Secondo le rilevazioni, si tratta di una rivoluzione che nasce dal bisogno, prima ancora che dalla tecnologia: il bisogno delle organizzazioni di restare competitive, quello delle persone di restare aggiornate, quello dei team L&D di dimostrare il reale contributo dell’apprendimento agli obiettivi di business.
Learning journey equitable by design
L’architettura formativa del 2025 abbandona definitivamente l’idea di un curriculum uguale per tutti. L’European Accessibility Act (EAA) ha accelerato questo passaggio, introducendo un principio culturale più che normativo: la formazione deve essere accessibile, equa, progettata per includere la diversità dei bisogni, non per aggirarla. Non si tratta solo di conformità alle linee guida internazionali, ma di una visione in cui la pluralità diventa criterio progettuale (learning journey equitable by desiugn).
La personalizzazione non è più limitata ai contenuti, ma riguarda tempi, ritmi, modalità di interazione. Le moderne Learning Experience Platform (LXP), arricchite da algoritmi di IA, sono in grado di suggerire risorse, modulare difficoltà, riconfigurare sequenze e prevedere comportamenti. Un learning journey ben costruito segue il lavoratore mentre attraversa carichi di lavoro variabili, oscillazioni motivazionali, contesti professionali mutevoli. È un’esperienza continua, distribuita, multimodale.
Learning analytics: non solo misurare, ma prevedere
Il 2025 segna una svolta anche nella misurazione dell’apprendimento. In un precedente intervento abbiamo spiegato che gli indicatori tradizionali, come il semplice completamento del corso, risultano ormai inadeguati a rappresentare la complessità delle esperienze digitali. La learning analytics oggi abbraccia dati più sfumati: frequenza di re-visita dei contenuti, segnali di fatica cognitiva, pattern di concentrazione, tempi di permanenza, interventi precoci del sistema.
Tali metriche non servono solo a leggere ciò che è accaduto, ma a prevedere ciò che può accadere. L’intelligenza artificiale identifica comportamenti a rischio, anticipa possibili abbandoni, suggerisce interventi personalizzati.
Il learning journey inoltre sposta il suo baricentro e non abita più soltanto piattaforme e aule virtuali. Entra nei flussi di lavoro e dialoga in modo fluido con strumenti operativi, plugin di IA, repository intelligenti e agenti conversazionali. L’apprendimento diventa una trama sottile che attraversa la quotidianità, unendo compiti, riflessioni e feedback immediati ed è in questa direzione che Viasky sta orientando i team di R&S.
Il confine tra formazione formale, informale e on-the-job si assottiglia e diventa poroso, lasciando intendere che imparare non è un atto isolato, ma un processo continuo che rimbalza tra osservazione, sperimentazione e interpretazione.
Le piattaforme di nuova generazione inoltre riconoscono la centralità del benessere cognitivo. Attraverso analisi multimodali, interpretano indizi indiretti dello stato emotivo e adattano ritmi e livelli di complessità. Le interfacce diventano più leggere, le attività micro e variate, i tempi più rispettosi della fisiologia dell’attenzione.
Un learning journey efficace non si limita a proporre contenuti: deve creare le condizioni perché l’apprendimento possa consolidarsi senza frizioni, senza sovraccarichi, senza dispersione. La vera sfida dei prossimi anni sarà la gestione dell’energia cognitiva.
Le traiettorie future
Cos’altro ci aspetta nel panorama futuro? Guardando ai prossimi tre anni, immaginiamo alcune traiettorie che tenderanno a consolidarsi e a trasformare ulteriormente il learning journey.
Crediamo che si consoliderà il percorso di convergenza tra intelligenza artificiale generativa e sistemi predittivi avanzati, che renderanno l’apprendimento sempre più proattivo. I contenuti non risponderanno solo a un bisogno dichiarato, ma anticiperanno le difficoltà e proporranno percorsi compensativi prima ancora che il discente percepisca la necessità di approfondire un tema. L’interazione con gli agenti intelligenti diventerà sempre più naturale, quasi conversazionale, trasformando ogni attività lavorativa in un potenziale punto di ingresso per l’apprendimento.
Inoltre riteniamo che maturerà una nuova forma di apprendimento esperienziale digitale, che integrerà simulazioni aumentate, ambienti immersivi e strumenti sensoriali leggeri. Non si tratterà di realtà virtuale invasiva, ma di micro-esperienze integrate nei flussi quotidiani, capaci di aumentare la percezione situata e migliorare il trasferimento delle competenze. È probabile che i dispositivi di bio-feedback trovino applicazione più diffusa, aiutando a calibrare intensità e ritmo dell’apprendimento in tempo reale, affinché ogni percorso rispetti il carico cognitivo e lo stato emotivo dell’individuo.
È infine probabile che si parlerà sempre più di apprendimento ecologico, alimentato da una doppia intelligenza: quella artificiale che analizza dati e contesti, e quella umana che attribuisce senso alle esperienze. Le organizzazioni adotteranno logiche di “learning sustainability”, progettando percorsi meno intensivi ma più significativi, che non puntano alla quantità dei contenuti ma alla profondità della trasformazione. Si rafforzerà l’idea di comunità di apprendimento come infrastruttura permanente, in cui i percorsi individuali si intrecciano in reti di scambio, mentoring distribuito e narrazioni condivise.
In questa prospettiva, il learning journey non sarà più percepito come una sequenza ma come un organismo vivente, fatto di cicli, ritorni, improvvisazioni e nuove forme di conoscenza condivisa. L’apprendimento del futuro non sarà soltanto personalizzato, ma integrato, dialogico, culturale; meno dipendente dalla tecnologia in senso strumentale e più capace di usarla per ampliare i territori del possibile.
Conclusione
La trasformazione del learning journey nel 2025 rappresenta solo il primo movimento di una più ampia sinfonia. L’intelligenza artificiale, la learning analytics, l’integrazione nei flussi di lavoro e l’attenzione al benessere cognitivo stanno ridefinendo il rapporto tra individuo e apprendimento. È un processo affascinante, ma anche fragile, che richiede consapevolezza, progettazione e responsabilità. Il futuro attende individui capaci di apprendere con ritmo, senso e autonomia. Il learning journey, se ben governato, potrà essere uno spazio di possibilità in cui la tecnologia estende le capacità umane senza sostituirle, e in cui l’apprendimento diventa non solo un mezzo per lavorare meglio, ma una forma di esperienza significativa.


