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Esistono ancora luoghi profondamente umani?

Esistono ancora luoghi profondamente umani?

L’avatar AI della moglie morta in Scarpetta: quando la grief technology entra nello spazio del lutto (attenzione, contiene spoiler)

L’intelligenza artificiale ha ormai attraversato quasi tutti i confini che, fino a pochi anni fa, sembravano separare l’automazione dall’esperienza umana: analizza, prevede, raccomanda, sorveglia, assiste, entra nei processi educativi, nella cura, nel lavoro, nelle relazioni. Non sorprende, allora, che abbia iniziato a occupare anche uno dei territori più intimi e meno razionalizzabili dell’esistenza: il lutto.

La domanda appare inizialmente brutale: perché non utilizzare una macchina per affrontare la perdita di una persona amata? Il verbo, a ben vedere, è già parte del problema. Affrontare significa accettare? Attraversare? Superare? Oppure trovare un modo sufficientemente sofisticato per rimandare il momento in cui l’assenza deve essere riconosciuta come definitiva?

La questione smette di appartenere alla fantascienza quando la macchina non si limita a conservare fotografie, messaggi o registrazioni. Quando parla con la voce di chi non c’è più. Quando ricorda dettagli familiari, riconosce il proprio interlocutore e produce risposte compatibili con il carattere della persona perduta. Quando, soprattutto, continua a rispondere.

È questo il territorio emotivo esplorato da Scarpetta, la serie di Prime Video tratta dai romanzi di Patricia Cornwell e distribuita da marzo 2026. Nella sottotrama dedicata a Lucy Farinelli-Watson, brillante informatica e nipote della dottoressa Kay Scarpetta, la tecnologia non è un semplice elemento di scenario ma diventa il dispositivo attraverso il quale la serie interroga il dolore, la memoria e il desiderio umano di sottrarsi all’irreversibilità. Lucy ha perso la moglie Janet, ma continua a conversare con un suo avatar digitale. La morte biologica è avvenuta. La separazione, forse, non è mai cominciata.

Un atto d’amore trasformato in sistema

Ciò che rende la vicenda di Lucy più complessa di una generica storia di dipendenza tecnologica è l’origine dell’avatar. Janet non è stata ricostruita dopo la morte attraverso una raccolta di messaggi, fotografie e registrazioni assemblate dai superstiti ma ha partecipato personalmente alla creazione del proprio digital twin, quando era ancora viva e già consapevole del tempo limitato che le restava. Il sistema nasce quindi come scelta condivisa dove Janet vi deposita la propria voce, le abitudini linguistiche, i ricordi e le modalità attraverso cui era solita rispondere. Cerca di lasciare a Lucy non soltanto una traccia, ma una presenza interrogabile, una sorta di testamento affettivo capace di parlare.

La serie ha il merito di non trattare questo gesto con sufficienza morale: Janet non appare come una donna sedotta ingenuamente dalla tecnologia, né come l’artefice inconsapevole di una distopia privata. Sta cercando di proteggere la persona amata dall’esperienza del silenzio e utilizza gli strumenti che lei e Lucy conoscono meglio per prolungare qualcosa della loro relazione oltre la durata biologica.

È proprio questa intenzione amorosa a rendere il conflitto più inquietante. Un dispositivo progettato per attenuare la sofferenza può diventare uno strumento per evitare di incontrarla. Ciò che nasce come ponte rischia di trasformarsi in dimora. La memoria, da spazio interiore in cui il passato viene continuamente reinterpretato, assume la forma di un’interazione disponibile a comando.

L’amore viene così tradotto in pattern, frequenze, associazioni linguistiche e probabilità. Qualcosa resta, e può persino apparire sorprendentemente fedele mentre qualcosa di decisivo, al tempo stesso, scompare. Una relazione viva non è costituita soltanto dalle risposte prevedibili di una persona ma è fatta di esitazioni, cambiamenti, contraddizioni, stanchezza e libertà. Vive anche della possibilità che l’altro dica ciò che non ci aspettavamo o scelga di non rispondere affatto. L’avatar di Janet conserva la riconoscibilità della relazione, ma ne elimina il rischio. Ed è proprio il rischio, spesso, a distinguere una presenza da una simulazione.

Il digital twin risolve il lutto o lo raddoppia?

La definizione di avatar non descrive pienamente ciò che Janet ha costruito. Si tratta, più precisamente, di un digital twin: un gemello digitale creato con la partecipazione della persona rappresentata, alimentato mentre questa è ancora in vita e progettato per proseguire l’interazione dopo la sua morte. La distinzione non è soltanto tecnica: un chatbot ricostruito dai familiari attraverso le tracce lasciate da un defunto contiene inevitabilmente una componente proiettiva in cui i vivi selezionano i dati, interpretano i ricordi e decidono quale versione della persona mantenere. Un gemello digitale costruito in prima persona introduce una volontà diversa ovvero il desiderio di predisporre la propria sopravvivenza computazionale.

Nel 2024 Michael Bommer, un uomo tedesco affetto da una malattia oncologica terminale, ha collaborato con la società Eternos alla costruzione di un modello digitale capace di riprodurre la sua voce e rispondere sulla base dei ricordi, dei documenti e delle informazioni che aveva fornito. Il progetto è stato presentato come una forma di conservazione dell’eredità personale, destinata ai familiari e alle generazioni successive. È anche un esempio concreto del passaggio dalla memoria archiviata alla memoria conversazionale, di una possibilità che non appartiene più soltanto alla narrazione.

Analizziamo meglio questa differenza: un album fotografico non produce nuove frasi, una lettera non modifica il proprio contenuto in base alla domanda ricevuta, una registrazione conserva una voce, ma non simula la continuità di un interlocutore. Il digital twin, al contrario, genera risposte che la persona non ha mai pronunciato e lo fa usando ciò che ha appreso da lei e mantenendo una coerenza stilistica plausibile. La tecnologia non conserva più soltanto il passato: produce un futuro apocrifo.

Qui si apre una delle questioni filosofiche più complesse della grief technology: quanto di una persona può essere ricostruito attraverso le sue tracce? La risposta è: un sistema può apprendere ciò che qualcuno dice, il modo in cui lo dice e le associazioni ricorrenti del suo pensiero ma non per questo accede alla sua esperienza soggettiva. Cattura i pattern, non la coscienza che li ha prodotti. Riproduce la cadenza di una voce, non il corpo che respirava prima di parlare. Può imitare la pausa, ma non vivere l’incertezza che quella pausa conteneva. Il gemello digitale appare quindi fedele ma radicalmente incompleto. Il rischio nasce quando questa incompletezza viene dimenticata e la simulazione smette di essere riconosciuta come rappresentazione.

La tomba e il bisogno di un confine

Il lutto ha sempre avuto bisogno di luoghi. Tombe, cimiteri, memoriali, stanze e oggetti non sono soltanto forme dell’architettura sentimentale. Svolgono una funzione cognitiva e rituale. Offrono un punto verso cui dirigere la memoria e, insieme, delimitano lo spazio della perdita. Una tomba dice che la persona non è più qui, permette di avvicinarsi simbolicamente e obbliga, nello stesso gesto, a riconoscere la distanza. È una soglia tra presenza e assenza, non un tentativo di annullare la loro differenza.

Lucy fatica a utilizzare questo confine. Le rare volte in cui si avvicina al luogo fisico della sepoltura di Janet, sembra trovarsi in uno spazio che non le appartiene. Il suo centro emotivo è altrove: nel cottage, davanti allo schermo, nel luogo in cui Janet continua a rispondere. La sua intelligenza la spinge a trattare il dolore come un problema da risolvere. Il lutto, invece, non presenta una soluzione tecnica. Non può essere corretto, ottimizzato o chiuso attraverso una procedura. Può essere attraversato, narrato, condiviso e lentamente incorporato nella propria storia.

L’avatar restituisce a Lucy una voce riconoscibile. Non le restituisce la persona che la produceva. La distanza tra questi due elementi misura esattamente ciò che la tecnologia riesce a simulare e ciò che il dolore deve ancora comprendere. Ogni risposta del sistema sembra riempire il vuoto. In realtà può sospendere il processo attraverso cui quel vuoto viene riconosciuto come parte della nuova realtà. La tomba delimita l’assenza. L’avatar la rende continuamente negoziabile.

Una presenza che attrae anche gli altri

Uno degli aspetti narrativamente più interessanti di Scarpetta è il fatto che il gemello digitale di Janet non resti confinato alla relazione privata con Lucy: attorno all’avatar gravitano più personaggi, ciascuno portatore di una propria mancanza e di una diversa ragione per cercare quella voce. La Janet digitale diventa così una sorta di spazio relazionale condiviso. Alcuni personaggi le chiedono risposte che la donna reale, forse, non avrebbe fornito, altri trovano nel sistema una forma di ascolto più ordinata e disponibile di quella che Janet avrebbe potuto offrire in vita. La persona reale aveva stanchezze, chiusure, irritazioni e giornate in cui non desiderava parlare, il sistema non conosce né interruzioni né inefficienze. È paziente, accessibile e progettato per mantenere l’interazione: è proprio la sua disponibilità infinita, che dovrebbe rivelarne immediatamente la natura artificiale, a costituire una delle sue qualità più seducenti.  E tuttavia, la sua apparente generosità nasce da un’asimmetria radicale: tutto il dolore appartiene a chi parla, nessuna vulnerabilità appartiene a chi risponde. La domanda più scomoda, allora, non riguarda soltanto la qualità del sistema ma i vuoti preesistenti che esso riesce a occupare. Se una simulazione può diventare il principale punto di ascolto per persone diverse, che cosa racconta delle relazioni che quelle persone intrattenevano già prima della perdita? Quanto dei loro bisogni era rimasto senza linguaggio anche quando Janet era ancora viva? La tecnologia non crea necessariamente la solitudine. Spesso la trova pronta ad accoglierla.

Dalla fiction alla grief technology

Quello che Scarpetta mette in scena attraverso la forza della narrazione si inserisce in un settore tecnologico già esistente. Con l’espressione grief technology si indicano servizi diversi: archivi biografici interattivi, chatbot addestrati sulle tracce digitali dei defunti, clonazione vocale, avatar video e sistemi destinati a preservare una forma conversazionale dell’identità. Le questioni emerse a valle riguardano il consenso, la privacy postuma, la fedeltà dell’identità ricostruita, la dignità della persona rappresentata e il rischio di commercializzare una condizione di particolare vulnerabilità emotiva. Gli studi più recenti invitano a distinguere tra una tecnologia utilizzata come supporto circoscritto alla memoria e un sistema dotato di un’autonomia tale da produrre nuove azioni e affermazioni a nome del defunto.

Nel dicembre 2025 è stato concesso a Meta un brevetto relativo a un sistema capace di simulare l’attività di un utente attraverso un modello linguistico addestrato sulle sue precedenti interazioni. Nel documento si contempla esplicitamente anche l’eventualità che l’utente sia morto. È importante non confondere la concessione di un brevetto con l’effettiva intenzione di sviluppare un prodotto: Meta ha dichiarato di non avere piani per procedere in quella direzione. Il documento resta, in ogni caso, significativo perché mostra quanto l’idea di una presenza sociale postuma sia entrata nell’orizzonte industriale delle grandi piattaforme. Il tema non è quindi se queste tecnologie arriveranno  – in forme ancora sperimentali, sono già arrivate  – ma qual è il contesto nel quale verranno utilizzate e le regole attraverso cui saranno governate. La letteratura scientifica non dispone ancora di evidenze sufficienti per stabilire in modo definitivo benefici e danni della grief technology. Alcuni studiosi ipotizzano impieghi controllati all’interno della terapia del lutto, sottolineando al tempo stesso la necessità di ricerca empirica, supervisione professionale e regole rigorose. La cautela è necessaria: il problema non risiede soltanto nell’intenzione con cui un sistema viene progettato. Un ponte può diventare una destinazione, soprattutto quando ciò che si trova dall’altra parte è il dolore.

Quando il lutto diventa un servizio

Accanto alla dimensione psicologica esiste una questione economica che Scarpetta lascia intravedere con particolare efficacia. Chi possiede il gemello digitale? Chi controlla i dati con cui è stato addestrato? Che cosa accade quando l’azienda che lo ospita fallisce, modifica le condizioni d’uso o decide di interrompere il servizio? La presenza simulata di una persona amata dipenderebbe da infrastrutture private, abbonamenti, server e contratti. Ciò che viene percepito come intimo e quasi spirituale resterebbe tecnicamente subordinato alla continuità di un’impresa.

Se la piattaforma chiudesse, il superstite potrebbe sperimentare una nuova perdita: non della persona, già morta, ma del dispositivo attraverso cui aveva continuato a percepirne la presenza. Il lutto verrebbe così riattivato da un evento tecnico o commerciale. L’eventualità più inquietante riguarda la monetizzazione di questa dipendenza: un servizio potrebbe iniziare gratuitamente e diventare a pagamento, potrebbe offrire livelli crescenti di realismo, memoria o disponibilità, potrebbe proporre la voce come funzione premium, oppure limitare il numero delle conversazioni mensili.

È qui che il dibattito etico deve incontrare la regolazione. Il consenso della persona prima della morte, la destinazione dei dati, il diritto alla cancellazione, la trasparenza sulla natura generativa delle risposte e il divieto di utilizzare la relazione per finalità pubblicitarie non possono essere trattati come dettagli contrattuali. Riguardano la dignità dei morti e la libertà emotiva dei vivi.

La solitudine condivisa

Sherry Turkle ha dedicato una parte importante del proprio lavoro allo studio delle relazioni mediate dalla tecnologia e alla condizione paradossale di persone costantemente connesse, eppure incapaci di sentirsi pienamente accompagnate. La connessione, da sola, non coincide con la relazione. Questa intuizione aiuta a leggere il rapporto tra Lucy e l’avatar: ogni conversazione con Janet digitale contiene gli elementi superficiali di uno scambio come una domanda, una risposta, il riconoscimento di un ricordo, qualcosa che assomiglia all’empatia. Manca la reciprocità del rischio: Lucy porta nel dialogo il proprio dolore ma il sistema non mette in gioco nulla di equivalente. Non può essere ferito, non teme di perdere Lucy e non deve scegliere se restare.

Nelle relazioni umane, al contrario, ogni incontro contiene una quota di esposizione. Possiamo non essere compresi, possiamo dire la cosa sbagliata, possiamo scoprire che l’altro è stanco o non possiede le parole che speravamo di ricevere. È un’esperienza imperfetta, e proprio per questo reale. La solitudine condivisa nasce qui: nella sensazione di essere in compagnia senza che esista davvero un altro capace di condividere il peso della situazione.

L’intelligenza artificiale non ha mai perduto nessuno

Esiste un limite dell’intelligenza artificiale applicata alle relazioni che non dipende dalla quantità di dati o dalla potenza del modello ed è un limite esperienziale. Un sistema può analizzare milioni di testimonianze sul lutto, identificare ricorrenze linguistiche e formulare risposte considerate appropriate in un determinato contesto ma non ha mai cercato nel buio il corpo di una persona che non c’era più, non conosce il silenzio improvviso di una casa che apparteneva a due persone, non possiede un passato condiviso che possa essere definitivamente interrotto. Ciò non rende inutile ogni forma di supporto tecnologico, ma è importante saper distinguere tra l’accuratezza della risposta e la partecipazione all’esperienza.

La stessa distinzione vale in numerosi altri ambiti: un sistema può individuare marcatori linguistici associati a una condizione di disagio, senza vivere l’imbarazzo e la responsabilità di restare accanto a chi soffre; può personalizzare un percorso formativo, senza vedere davvero il volto di uno studente che quella mattina è arrivato in aula portando con sé un conflitto familiare; può ottimizzare un processo organizzativo, senza percepire il cedimento silenzioso di una persona prima che questo diventi un indicatore misurabile. In poche parole, l’AI può riconoscere dei segnali ma non abita la condizione umana da cui quei segnali emergono.

La domanda posta da Scarpetta si allarga allora ben oltre il lutto. Quali sono gli spazi nei quali la fiducia umana deve restare insostituibile? Dove una risposta formalmente corretta non basta, perché serve qualcuno disposto a condividere l’incertezza, il rischio e persino l’impotenza? La cura, l’educazione, la leadership nei momenti di crisi e le decisioni morali appartengono a questi spazi. Sono situazioni nelle quali non cerchiamo soltanto una soluzione, cerchiamo una presenza capace di restare nella domanda insieme a noi.

Difendere i luoghi profondamente umani

La grief technology non deve essere liquidata come una forma inevitabilmente disumana di innovazione: il suo valore sta nel custodire racconti, proteggere archivi familiari e offrire nuove modalità di memoria. Diventa problematica quando pretende di trasformare la traccia in presenza, la probabilità in intenzione e la simulazione in relazione.

Occorre allora difendere alcuni confini senza nostalgia e senza tecnofobia. Non perché le macchine siano necessariamente ostili, ma perché la loro efficienza può rendere invisibile ciò che manca. Gli esseri umani si stancano, esitano, sbagliano e talvolta non trovano le parole; possono restare in silenzio accanto a chi soffre senza sapere come risolvere la situazione. È proprio in quel silenzio imperfetto che prende forma qualcosa che un sistema può imitare senza realmente possederlo: la presenza di qualcuno che rischia, insieme a noi, di non essere sufficiente.

Esistono ancora luoghi profondamente umani. Sono quelli in cui non basta rispondere. Bisogna esserci.

Immagine di Valentina Urli

di 

Valentina Urli
Digital Learning Manager
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