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Il problem solving è scomparso, perché ci pensa l’AI

Il problem solving è scomparso, perché ci pensa l’AI

C’è stato un tempo in cui “problem solving” era una delle competenze più citate nei curriculum, nei colloqui di lavoro, nelle job description. Non era solo una parola alla moda, ma un vero indicatore di valore: saper affrontare un problema, scomporlo, analizzarlo e trovare una soluzione era ciò che distingueva un professionista da un esecutore.

Oggi qualcosa sta cambiando. Non perché i problemi siano spariti, anzi. Ma perché sempre più spesso c’è qualcuno — o qualcosa — pronto a risolverli al posto nostro. L’intelligenza artificiale è diventata il primo interlocutore a cui ci rivolgiamo quando non sappiamo come procedere, e questo sta trasformando in profondità il nostro rapporto con il pensiero logico.

Quando l’AI diventa la prima risposta

La scena è ormai quotidiana. Un dubbio, una difficoltà, un blocco. In passato ci si fermava a ragionare, si cercavano connessioni, si facevano tentativi. Oggi si apre una chat, si scrive una domanda e si attende una soluzione già strutturata.

L’AI non si limita a suggerire: spesso risolve direttamente. Scrive codice, propone strategie, analizza dati, formula ipotesi. In pochi secondi restituisce ciò che prima richiedeva tempo, fatica e concentrazione. È un salto di efficienza enorme, difficile da ignorare.

Ma questa comodità ha un effetto collaterale silenzioso. Più deleghiamo il processo, meno lo alleniamo.

La disabitudine al ragionamento

Il problem solving è, prima di tutto, una pratica. Non è un talento innato, ma una capacità che si sviluppa con l’uso. Richiede pazienza, tentativi, errori, revisioni. È un processo spesso lento e imperfetto.

Quando questo processo viene sostituito da una risposta immediata, il cervello smette progressivamente di percorrere quei passaggi. Non perché non ne sia più capace, ma perché non ne ha più bisogno.

Si crea così una sorta di “atrofia cognitiva leggera”. Non evidente, non drastica, ma costante. Si perde l’abitudine a strutturare un problema, a esplorare alternative, a tollerare l’incertezza. Tutto diventa più rapido, ma anche più superficiale.

Da competenza chiave a capacità invisibile

Fino a pochi anni fa, il problem solving era una delle soft skill più richieste. Le aziende cercavano persone in grado di cavarsela, di trovare soluzioni anche in contesti ambigui, di affrontare l’imprevisto senza istruzioni dettagliate.

Oggi il contesto è diverso. Molte di queste capacità sono state, in parte, “esternalizzate”. Non serve più sapere tutto, basta saper chiedere bene. Non serve arrivare da soli alla soluzione, basta ottenere una buona risposta.

Questo non significa che il problem solving non sia più importante. Significa piuttosto che sta diventando invisibile. Meno esplicito, meno allenato, meno riconosciuto.

L’illusione della competenza

Uno degli effetti più interessanti — e rischiosi — dell’uso intensivo dell’AI è l’illusione di competenza. Quando otteniamo una soluzione pronta, possiamo facilmente confondere l’accesso alla risposta con la comprensione del problema.

Sapere cosa fare non è la stessa cosa che sapere perché farlo. E soprattutto non è la stessa cosa che saperlo rifare in un contesto diverso.

Questo crea una dipendenza sottile. Più ci affidiamo all’AI per risolvere, meno sviluppiamo la capacità di farlo autonomamente. E più questa capacità si indebolisce, più diventiamo dipendenti.

Il vero valore non è la risposta, ma il processo

Eppure, il valore del problem solving non è mai stato nella soluzione in sé. È nel percorso che porta a quella soluzione. Nella capacità di definire il problema, di porre le domande giuste, di valutare le alternative.

L’AI può accelerare tutto questo, ma non dovrebbe sostituirlo completamente. Usata nel modo giusto, può diventare uno strumento di potenziamento, non di sostituzione. Può aiutare a esplorare scenari, a validare ipotesi, a superare blocchi.

Ma se diventa l’unico passaggio, il processo si accorcia troppo. E con lui si accorcia anche la nostra capacità di pensare.

Non si tratta di rifiutare l’intelligenza artificiale. Sarebbe inutile, oltre che controproducente. Si tratta piuttosto di trovare un nuovo equilibrio tra delega e autonomia.

Forse il problem solving non sta davvero scomparendo. Sta cambiando forma. Sta passando da una competenza “manuale” a una più strategica: non tanto risolvere direttamente, quanto capire come e quando usare gli strumenti per farlo.

Ma questa transizione richiede consapevolezza. Richiede la volontà di non rinunciare del tutto allo sforzo cognitivo, di continuare ad allenare il pensiero anche quando una scorciatoia è disponibile.

Perché, alla fine, il rischio non è che l’AI risolva i problemi al posto nostro. Il rischio è che smettiamo di volerli risolvere.

Il problem solving nel 2026

È importante quindi non perdere la capacità di risolvere problemi, seppur soprattutto le nuove generazioni stiano un po’ alla volta accantonando questa abitudine. Ma come detto nell’articolo, si tratta di una skill che si può allenare.

Ecco perché, oggi più che mai, un corso sul problem solving può avere un valore molto importante all’interno di un’azienda (così come nella vita). Per questo motivo abbiamo tenuto il corso sul problem solving tra i nostri corsi a catalogo, adattandolo alle esigenze moderne.

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Immagine di Alessandro Chiarato

di 

Alessandro Chiarato
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