Non si vedono ma ci sono: alla scoperta dei watermark AI

L’intelligenza artificiale può generare in pochi secondi un’immagine, un testo, una voce o persino un video credibile. Quello che vediamo sullo schermo, però, non è necessariamente tutto quello che contiene il file. Sempre più sistemi di AI inseriscono infatti dei watermark, ovvero marcatori che permettono di riconoscere, o almeno ricostruire, l’origine artificiale di un contenuto.

Non bisogna immaginare per forza il classico logo piazzato nell’angolo di una fotografia. I watermark AI più interessanti sono invisibili e possono essere integrati direttamente nei pixel di un’immagine, nelle caratteristiche di un audio, nei fotogrammi di un video o persino nel modo in cui vengono generate le parole di un testo.

Per chi utilizza l’intelligenza artificiale in azienda, nella comunicazione o nella produzione di contenuti, sapere che esistono e capire come funzionano è ormai importante quasi quanto saper scrivere un buon prompt.

Un watermark non deve essere necessariamente visibile

Il concetto di watermark esiste da molto prima dell’intelligenza artificiale. Nel digitale siamo abituati soprattutto alla sua versione più semplice: una scritta, un logo o un simbolo sovrapposto a un’immagine per indicarne la provenienza.

Con l’AI il concetto è diventato decisamente più sofisticato. Un watermark può essere impercettibile per una persona e allo stesso tempo riconoscibile da un sistema progettato per cercarlo.

Google DeepMind, per esempio, utilizza SynthID, una tecnologia pensata per inserire watermark digitali nei contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Il sistema viene applicato a immagini, video, audio e testo e il marcatore non deve essere visibile o udibile dall’utente.

Nel caso delle immagini, il segnale viene incorporato direttamente nei pixel ed è progettato per resistere anche ad alcune modifiche comuni, come compressione, filtri o variazioni di luminosità. Questo è un punto importante: eliminare ciò che vediamo a occhio non significa necessariamente eliminare ogni traccia tecnica presente nel contenuto.

Anche un testo può avere un watermark

Sulle immagini è abbastanza intuitivo. Sui testi molto meno.

Un documento non contiene pixel nei quali nascondere un segnale, ma i modelli linguistici lavorano attraverso token e probabilità. Quando generano una frase, scelgono progressivamente quali token utilizzare tra diverse possibilità.

SynthID per il testo interviene proprio su questo processo, modificando leggermente la distribuzione delle probabilità durante la generazione. Il risultato rimane naturale per chi legge, mentre l’insieme delle scelte effettuate dal modello crea un pattern che può successivamente essere analizzato.

Questo sistema, però, ha dei limiti. Google stessa specifica che funziona meglio sui testi più lunghi e vari e che una riscrittura approfondita o una traduzione possono ridurre notevolmente l’affidabilità del rilevamento. Non siamo quindi davanti a una sorta di firma indelebile capace di dimostrare in qualsiasi circostanza che un testo sia stato scritto da un’AI.

È una distinzione importante anche perché watermark e AI detector non sono la stessa cosa. Un detector prova generalmente a stabilire se un contenuto presenti caratteristiche compatibili con una generazione artificiale. Un watermark, invece, viene inserito intenzionalmente durante il processo di creazione e successivamente cercato attraverso un sistema compatibile.

Non esistono soltanto i watermark

C’è poi un secondo livello da conoscere: quello dei metadati e delle informazioni sulla provenienza del file.

Uno degli standard più importanti in questo campo è C2PA, alla base delle cosiddette Content Credentials. L’obiettivo è associare ai contenuti informazioni verificabili sulla loro origine e sulle modifiche che hanno subito nel tempo, attraverso manifest firmati crittograficamente. Le Content Credentials possono quindi comunicare anche l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella creazione o nella modifica di un contenuto.

In pratica, il futuro dell’identificazione dei contenuti sintetici probabilmente non dipenderà da un unico metodo. Watermark invisibili, metadati, firme digitali e sistemi di provenienza possono convivere e fornire informazioni differenti.

Ed è proprio per questo che scaricare un file generato con l’AI e vedere una normale immagine JPEG o PNG non significa automaticamente avere davanti un file completamente privo di informazioni sulla propria origine.

Perché bisogna pensarci prima di pubblicare

Per un utilizzo personale tutto questo può sembrare un dettaglio. In un contesto aziendale cambia parecchio.

Un’immagine generata per una campagna pubblicitaria, un testo destinato al sito corporate o un video pubblicato sui social diventano contenuti ufficiali dell’azienda. Prima della pubblicazione bisogna quindi sapere con quale strumento sono stati prodotti, quali informazioni conserva il file e quali marcatori vengono eventualmente applicati dal servizio utilizzato.

Questo non significa che ogni watermark debba essere necessariamente eliminato. In alcuni contesti la provenienza dichiarata può essere utile o richiesta dalla piattaforma; in altri casi può essere necessario lavorare sul file prima della pubblicazione, sempre nel rispetto delle condizioni d’uso dello strumento e delle regole applicabili.

Il punto è non scoprirlo dopo.

Watermark AI e Google: attenzione a non confondere le due cose

Il tema diventa particolarmente interessante quando parliamo di contenuti destinati al web e di posizionamento sui motori di ricerca.

Google non dichiara che un testo venga penalizzato semplicemente perché scritto con l’intelligenza artificiale o perché contiene un determinato watermark. Nelle proprie norme antispam concentra invece l’attenzione sui contenuti prodotti su larga scala con lo scopo principale di manipolare il ranking, soprattutto quando sono poco originali e non offrono un reale valore agli utenti. Tra gli esempi indicati compare anche l’utilizzo dell’AI generativa per produrre grandi quantità di pagine senza aggiungere valore.

È quindi importante non trasformare la questione in una semplice caccia al contenuto AI. Watermark, qualità editoriale e SEO sono aspetti collegati all’interno di una strategia digitale, ma non sono sinonimi.

Su questo punto vale la pena approfondire anche il tema delle penalizzazioni Google e dei contenuti generati con AI, che abbiamo affrontato in un articolo dedicato [INSERIRE LINK ARTICOLO DI CHIARA].

Eliminare i watermark AI non è sempre la soluzione

La tentazione più immediata potrebbe essere questa: se un contenuto contiene un marcatore AI, basta eliminarlo prima di pubblicarlo.

Non è sempre così semplice e, soprattutto, non dovrebbe essere questo il punto di partenza.

Alcuni watermark sono visibili e possono essere gestiti attraverso gli strumenti previsti dal servizio che ha generato il contenuto. Altri sono incorporati nel file e progettati proprio per sopravvivere a trasformazioni comuni. Altre informazioni possono invece essere conservate nei metadati o attraverso sistemi di provenienza.

Prima di intervenire conviene quindi capire che tipo di marcatore si ha davanti, perché è presente e quali sono le condizioni previste dalla piattaforma utilizzata.

In ambito professionale la domanda più utile non è “come faccio a cancellare qualsiasi traccia dell’AI?”, ma “questo contenuto è pronto per essere pubblicato?”.

Un dettaglio tecnico che diventerà sempre meno secondario

Più i contenuti generati dall’intelligenza artificiale diventano realistici, più cresce l’esigenza di poter ricostruire da dove arrivano.

Per aziende, agenzie e professionisti significa aggiungere un controllo in più al normale processo di produzione. Non basta verificare che una fotografia sia bella, che un testo sia corretto o che un video funzioni. Bisogna conoscere anche il file che stiamo pubblicando, lo strumento che lo ha prodotto e le eventuali informazioni che porta con sé.

I watermark AI non sono qualcosa da temere né un difetto da cancellare automaticamente. Sono una componente sempre più presente dei contenuti sintetici. Ignorarli, invece, significa utilizzare strumenti nuovi continuando a ragionare come se producessero file esattamente uguali a quelli di prima.

Ed è proprio qui che, per un’azienda, può nascere il problema.

Immagine di Simone Cerchia

di 

Simone Cerchia
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